L’ultimo condottiero
Ci sono uomini che fanno la storia e giornalisti che non la riconoscono. Venticinque anni fa mi capitò, da giovane cronista, di intervistare Umberto Bossi. Erano i tempi dei manifesti naïf “Lumbard tas” (una silhouette umana con un vistoso bavaglio sulla bocca), che apparivano sui muri di Milano, guardati con curiosità e qualche sorriso da quei milanesi un po’ romanizzati “che le avevano viste tutte” e che dopo gli anni di piombo, a metà degli Ottanta del secolo scorso, stavano svagatamente bevendo (e mangiando) la loro città, ancora ignari dell’imminente Tangentopoli. di Marco Barbieri
17 AGO 20

Ci sono uomini che fanno la storia e giornalisti che non la riconoscono. Venticinque anni fa mi capitò, da giovane cronista, di intervistare Umberto Bossi. Erano i tempi dei manifesti naïf “Lumbard tas” (una silhouette umana con un vistoso bavaglio sulla bocca), che apparivano sui muri di Milano, guardati con curiosità e qualche sorriso da quei milanesi un po’ romanizzati “che le avevano viste tutte” e che dopo gli anni di piombo, a metà degli Ottanta del secolo scorso, stavano svagatamente bevendo (e mangiando) la loro città, ancora ignari dell’imminente Tangentopoli. Erano i tempi in cui un giornale popolare come la Notte (il glorioso quotidiano del pomeriggio fondato da Nino Nutrizio) non si faceva sfuggire i primi vagiti di una purchessia novità, effimera, stravagante o gravida di futuro.
Il colore prevalse sulla cronaca. E così mi sfuggì la storia. Umberto Bossi era un aitante quarantenne, con la voce roca (padana anche quella, prodotta da nebbia e sigarette), la simpatia del tratto, la sbruffoneria di chi è abituato a bluffare. Elencava frasi fatte, luoghi comuni e una sicurezza guascona che in un giovane benpensante non faceva breccia. Dopo la chiacchierata, cordiale, rivolto idealmente a quelli che criticavano i suoi slogan e le sue accuse a Roma ladrona, esibì il dito medio della mano destra, stringendo la sinistra al cavallo dei suoi pantaloni, con tutto quello che vi era dentro. Nell’articolo riportai anche quel saluto beffardo. Mi telefonò il giorno dopo, e con un tono dispiaciuto più che minaccioso, disse più o meno così: “Beh, potevi anche evitarti di descrivere quel gesto. Così la gente che legge non si sofferma sul resto, che è molto più importante”.
Giuseppe Baiocchi si è fermato e per molto tempo, anche sul resto. E oggi ci consegna un ritratto del Senatur (“Bossi”, Lindau, 220 pp., 16 euro) che merita di essere letto e conservato nella personale libreria di chi è curioso. Il titolo più giusto però sarebbe “Il Bossi”. L’editore ha preferito il solo cognome, ma così come si legge nel testo, l’articolo determinativo è un calco linguistico dei lumbard e quindi anche del loro capo.
Il Bossi ha fatto a modo suo la storia; non solo la sua storia personale – e già questo non sarebbe poca cosa – né della sua ideale Padania, ma della nazione intera. Alla vigilia dei suoi settant’anni (li compirà nel settembre di quest’anno) il volume di Baiocchi ci restituisce i tratti di uno dei “padri” della nuova Italia. Piaccia o non piaccia, è così. L’Italia di oggi è anche un poco figlia sua.
Giuseppe Baiocchi non è stato né il primo né l’unico a cimentarsi nella biografia del gran capo leghista. Ma certamente è uno dei pochi. La biografia di Bossi è comunque una rarità bibliografica, anche per il confronto con la congerie di testi esistenti sulla Lega. Pochi hanno osato sfidare la vita del Senatur. Dai primissimi volumi di Daniele Vimercati si incontrano poi solo opere di ex, più o meno rancorose. Ad esempio quella recente di Leonardo Facco – sempre di ex si tratta – si distingue per completezza e documentazione ma anche per una pregiudiziale, seppur legittima, lettura ipercritica. Baiocchi ci lascia invece un libro “saggio”, senza livore antileghista e senza ardore movimentista, come ci si aspetta da un giornalista dai grandi quarti di nobiltà maturati in tanti anni di Corriere; curioso e dettagliato nel racconto, cui si è aggiunta l’opportunità di uno sguardo interno come direttore per un triennio del quotidiano organo della Lega, la Padania. Giornalista con una forte propensione per la storia moderna e contemporanea. Baiocchi racconta di una vita “che ha fatto la storia”, radicata profondamente nelle vicende di questi anni recenti del paese.
“La questione centrale cui il libro si applica è quella di capire ‘come’, cioè in base a quali processi culturali e sociali si siano create le emozioni e le mobilitazioni collettive che hanno dato sostanza e successo all’azione politica di Bossi”. La tesi è quella che sostiene Giuseppe De Rita nella prefazione del volume di Baiocchi. Affermazione che si sviluppa in un comprensibile sguardo sul futuro politico della Lega e di Bossi. Ma che non tralascia l’analisi socio-politica, che arriva alla definizione identitaria della Lega – secondo un linguaggio caro al presidente del Censis – come “sindacato di territorio”. Ma l’orizzonte della politica è forse la parte meno pertinente del libro di Baiocchi. Prevalgono piuttosto gli aspetti biografici e storici e storiografici che sono meno noti e quindi più menzionabili per il capo della Lega. I primi capitoli ci restituiscono un Bossi legato a quella “tera” cui dedicò una non prevedibile poesia. C’è una nostalgia per quella terra “verda ’na volta” che evoca il Celentano della via Gluck più che il celodurismo dei comizi degli anni Novanta. Il padre Ambrogio agricoltore. La madre socialista Ida Valentina, e Celesta, la nonna “razdora” – come direbbero nella valle del Po, a cavallo di Lombardia ed Emilia Romagna – cioè reggitrice della casa anche attraverso i suoi racconti del passato e del presente. Affabulare è un po’ comandare.
Questo Bossi arcaico e premoderno ci rende più spiegabili i riti pseudo-celtici e comunque la ricerca di gesti sacrali. Da Pontida al dio Po.
Tradizione non passatismo. Tantomeno sconnessione dalla realtà. Anzi, un altro tratto del Bossi è quello dell’imprenditore di se stesso e non solo. L’imprenditoria applicata alla politica è un elemento biografico che emerge dal libro di Baiocchi. Anche senza farne un titolo per un capitolo, il Bossi si presenta imprenditore. E la Lega è la sua aziendina familiare? L’hanno detto altri. Baiocchi non lo afferma, ma lo si legge in filigrana nel testo. Lo aveva sostenuto con i toni dello storico un osservatore del nord come Roberto Biorcio, che in un suo precoce studio sulla “Padania promessa” (1997) scriveva: “L’azione della minoranza che ha costruito e portato al successo la Lega può essere analizzata come quella di un imprenditore politico”.
Bossi ha fatto del suo partito un’impresa personale o familiare. Berlusconi ha fatto della sua impresa un partito. Entrambi, dopo Craxi – anche lui campione e precursore dell’imprenditoria politica – hanno contraddetto quella resistente idiosincrasia tra il nord, e la Lombardia in particolare, e la leadership politica nazionale. I natali lombardi non sono più un impedimento, anzi, a fare l’elenco dei ministri con questa origine si scoprirebbe una strana evoluzione della questione settentrionale, giustamente evocata ma non sempre comprensibilmente dimenticata dai governanti di questo “lignaggio”.
Sulla cultura di Bossi e sulla sua propensione alla lettura si articola un altro contributo curioso di Baiocchi. Il Senatur viene indicato come lettore travolgente. Di tutto. Dai classici greci ai fumetti di Tex, dalla filosofia moderna alla psicologia sociale. La testimonianza del biografo è in questo caso diretta. Quindi merita rispetto e credibilità. Resta però la vulgata di una bulimia conoscitiva disordinata e talvolta incongruente. Citando l’opinione di Gianfranco Miglio – il “profesur” tanto amato-odiato dal “Senatur” – uno degli ex dirigenti leghisti, che conosceva bene entrambi, preferisce restituirci l’immagine di un Bossi divoratore di incipit più che un lettore vero e completo. Lettore curioso ma superficiale e tecnicamente inconcludente: “Avrà finito sì e no un libro di Marcuse. Gli altri li ha solo cominciati”. Parola di un ex, appunto, che non concorda con Baiocchi, e che ci dà comunque l’idea di un leader che seppur arcaico diventa rapidamente postmoderno. Curioso. Rapsodico. Quasi internettiano. Ma si sa che gli studi recenti accusano la rete di creare superficialità e talvolta un po’ di cretinismo. C’è un altro tema forte nel volume di Baiocchi e quindi nella biografia del gran capo leghista: il rapporto con la religione. Fede personale? Forse, anche. Ma sicuramente fede politica. Baiocchi, cattolico professo, ci ha messo del suo – prima di scriverne – nell’introdurre i temi cari al mondo cattolico all’attenzione del movimento-partito e del suo leader. Da giornalista del Corriere attentamente seguito dalla Lega, poi da direttore della Padania e ancora come amico, consulente, frequentante di molti influenti collaboratori del gran capo. Si deve probabilmente a lui, biografo e non solo, l’inserimento nell’agenda del partito di alcuni appuntamenti imprevedibili nel profilo neopagano e talvolta decisamente anticlericale della Lega.
La testimonianza vandeana di una Irene Pivetti ha lasciato poco o nulla nel vissuto e nella cultura politica leghista e – a vedere l’evoluzione dell’immagine dell’ex presidente della Camera dei deputati – forse anche nella diretta interessata.
Cristianesimo e chiesa cattolica non potevano non rappresentare un tema obbligato, se non un problema, per le ambizioni bossiane. La sua “tera” era quella dove si è radicata e nutrita la storia stessa del cattolicesimo dell’Opera dei congressi. La stessa gente, figlia o nipote di quei precursori, è stata quella che ha colorato di bianco – prima con il Partito popolare, poi con la Democrazia cristiana – la politica per decenni. Almeno fino a Tangentopoli. La gente di Bossi è gente che va in chiesa, la domenica e non solo; magari bestemmiando, ma vede nel parroco del paese un’autorità non inferiore a quella del sindaco.
O così era fino a ieri. D’altronde Bossi ha settant’anni. E d’altronde una Lega sindacato di territorio – come dice De Rita – non può rinunciare a chi ha prodotto le qualità, i valori, i costumi profondi di quel territorio. Certamente con questa storia politica – quella del cattolicesimo popolare – e con questa cultura diffusa, chiunque voglia fare la storia deve fare prima o poi i conti. E il cattolico Baiocchi è stato protagonista, prima che testimone, di una recente e progressiva evoluzione della Lega e del Senatur verso i valori del cristianesimo sociale. Forse non proprio “cattolicesimo”, essendosi spesso manifestati riflessi protestantistici, alla tedesca (non bavarese: la Lega non può paragonarsi comunque alla storia della Csu di Strauss), nella visione di una religione “di territorio”
Ed eccoci comunque alla politica, che avevamo tentato invano di aggirare.
Una considerazione che sta a cavallo del crinale che separa la politica dalla biografia, offre una chiave di lettura che dal volume di Baiocchi potrebbe trasferirsi all’Italia di oggi. E’ De Rita che la propone nella sua prefazione: “Non si capisce Bossi, sembra dire l’autore – chiosa il prefatore – se non nel suo legame profondo con la gente cui si rivolge e che si candida a guidare”. Affermazione documentata da Baiocchi per quanto riguarda il Bossi e il “suo” popolo padano, ammettendo l’aggettivo etno-sociologico che provoca lo sturbo ai soloni della storia patria. Ma in questo caso l’orizzonte del presente politico diventa suggestivo. Se è vera la considerazione di questo rapporto simbiotico tra capo e gente, bisognerebbe ammettere che il crescente consenso di cui Bossi e la sua Lega sono destinatari potrebbero segnare un mutamento significativo nel leader, nel movimento e nell’elettorato. Se il vero presidente del Consiglio è Bossi – come hanno azzardato provocatoriamente Gianfranco Fini e un bel pezzo di opposizione – forte di questo crescente credito popolare, vuol dire che l’Italia e gli italiani sono diventati più lombardi o è il Bossi che si è fatto più italiano? Gianfranco Miglio avrebbe dato probabilmente la seconda risposta, avendo sempre ritenuto Bossi responsabile di aver dilatato i guasti di un paese levantino. Baiocchi al contrario preferisce rammaricarsi della scarsa contaminazione manzoniana che avrebbe fatto bene alla stagione politica di Bossi e a quella civile dell’Italia intera. Ma il vero non sempre sta nel mezzo.
L’acre commento di Miglio oggi potrebbe essere più calzante e meno negativo. Anche guardando i fatti della politica recente, anzi, di quella attuale. Di questi giorni, di queste ore. Bossi è padano quando rivendica il maggior equilibrio della posizione tedesca alle Nazioni unite sulla risoluzione della “no fly zone” in Libia? O non è forse più italiano di tanti retori della bandiera tricolore, che utilizzano la sgangherata crociata contro Gheddafi per la solita speculazione antiberlusconiana, senza porsi il problema dell’interesse nazionale? L’interesse dell’Italia di fronte all’esplosione delle rivolte del nord Africa – anche se quella libica ha tutti i caratteri di diversità che sappiamo – è stato difeso con forza e fin dall’inizio dal ministro Maroni, che si è permesso di risvegliare dal colpevole torpore la burocrazia di Bruxelles e di Strasburgo. Se il titolare leghista del dicastero dell’Interno è stato più callido e veloce – anche nell’organizzazione dei campi umanitari in Tunisia – è per questo meno italiano? Se Bossi mostra la diffidenza storica nei confronti della politica estera francese, è nostalgico degli Asburgo nel Lombardo-Veneto o semplicemente più solerte nell’individuare i veri obiettivi del nostro paese? Domande retoriche, ovviamente, che confermano la profonda italianità del sentimento padano. Non si tratta di un’aporia; e quando si fosse mostrata in questo modo, era probabilmente un semplice – e brusco – richiamo a recuperare una lucidità offuscata dai barocchismi di una politica autoreferenziale che troppo spesso sceglie la burocrazia e si dimentica della gente. Che ci sia una continuità con la più efficiente politica nazionale, anche a livello locale, lo sostiene con ottime ragioni lo stesso Baiocchi, riferendosi all’esperienza amministrativa di tanti sindaci leghisti: “Non si può fare a meno di constatare una fortissima somiglianza nel metodo di governo locale con la migliore e più antica tradizione di stampo doroteo, quando proprio nella provincia profonda nasceva il consolidato e sempiterno consenso alla Democrazia cristiana”. E potremmo aggiungere anche i migliori risultati di governo della rossa Emilia Romagna, ovviamente. Insomma, altro che Masaniello del nord! Bossi si è rivelato un imprevedibile riformatore di un paese decadente e un po’ decaduto. Mediatore instancabile, ma proiettato a vincere più che a giocare.
Baiocchi conclude la biografia del Bossi proponendo un confronto tra il gran capo leghista e uno dei campioni della Guerra dei trent’anni, Albrecht von Wallenstein, “l’ultimo dei grandi condottieri, capace di conquistarsi dal nulla un territorio e un principato grazie al suo fiuto politico spregiudicato e alla straordinaria capacità di approntare eserciti e di guidarli in battaglia”. A Bossi non mancano “carisma” e “genialità tattica”, oltre che “abilità movimentista nel cambio di posizione e di schieramento”, suggerisce Baiocchi. Ma in una sorta di nemesi storica le sue qualità sembrano più rivolte all’unità nazionale che alla secessione, tanto evocata, ma per nulla organizzata. A differenza del sentimento veneto-venetista, che cova separatismi velleitari, forse, ma profondamente sinceri. Agli occhi di molti questo è stato ed è il limite del Bossi. La sua difesa di un’Italia unita, in fondo, è stato uno dei motivi di rottura con Miglio. Il suo federalismo nazionale è stato fin dall’inizio l’opposto di quello rigoroso e metodico del professore della Cattolica di Milano. Se l’Italia, tutta intera, ha un futuro, lo dovrà in fondo anche al Bossi. Mentre molti leghisti, anche in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità nazionale, hanno incarnato il dito del leader, lui è andato dritto alla luna. E puntuale a Montecitorio, a chi gli chiedeva del perché la Lega non partecipava alle feste in tante parti d’Italia, lui rispondeva: “Invece io ci sono”.
Il colore prevalse sulla cronaca. E così mi sfuggì la storia. Umberto Bossi era un aitante quarantenne, con la voce roca (padana anche quella, prodotta da nebbia e sigarette), la simpatia del tratto, la sbruffoneria di chi è abituato a bluffare. Elencava frasi fatte, luoghi comuni e una sicurezza guascona che in un giovane benpensante non faceva breccia. Dopo la chiacchierata, cordiale, rivolto idealmente a quelli che criticavano i suoi slogan e le sue accuse a Roma ladrona, esibì il dito medio della mano destra, stringendo la sinistra al cavallo dei suoi pantaloni, con tutto quello che vi era dentro. Nell’articolo riportai anche quel saluto beffardo. Mi telefonò il giorno dopo, e con un tono dispiaciuto più che minaccioso, disse più o meno così: “Beh, potevi anche evitarti di descrivere quel gesto. Così la gente che legge non si sofferma sul resto, che è molto più importante”.
Giuseppe Baiocchi si è fermato e per molto tempo, anche sul resto. E oggi ci consegna un ritratto del Senatur (“Bossi”, Lindau, 220 pp., 16 euro) che merita di essere letto e conservato nella personale libreria di chi è curioso. Il titolo più giusto però sarebbe “Il Bossi”. L’editore ha preferito il solo cognome, ma così come si legge nel testo, l’articolo determinativo è un calco linguistico dei lumbard e quindi anche del loro capo.
Il Bossi ha fatto a modo suo la storia; non solo la sua storia personale – e già questo non sarebbe poca cosa – né della sua ideale Padania, ma della nazione intera. Alla vigilia dei suoi settant’anni (li compirà nel settembre di quest’anno) il volume di Baiocchi ci restituisce i tratti di uno dei “padri” della nuova Italia. Piaccia o non piaccia, è così. L’Italia di oggi è anche un poco figlia sua.
Giuseppe Baiocchi non è stato né il primo né l’unico a cimentarsi nella biografia del gran capo leghista. Ma certamente è uno dei pochi. La biografia di Bossi è comunque una rarità bibliografica, anche per il confronto con la congerie di testi esistenti sulla Lega. Pochi hanno osato sfidare la vita del Senatur. Dai primissimi volumi di Daniele Vimercati si incontrano poi solo opere di ex, più o meno rancorose. Ad esempio quella recente di Leonardo Facco – sempre di ex si tratta – si distingue per completezza e documentazione ma anche per una pregiudiziale, seppur legittima, lettura ipercritica. Baiocchi ci lascia invece un libro “saggio”, senza livore antileghista e senza ardore movimentista, come ci si aspetta da un giornalista dai grandi quarti di nobiltà maturati in tanti anni di Corriere; curioso e dettagliato nel racconto, cui si è aggiunta l’opportunità di uno sguardo interno come direttore per un triennio del quotidiano organo della Lega, la Padania. Giornalista con una forte propensione per la storia moderna e contemporanea. Baiocchi racconta di una vita “che ha fatto la storia”, radicata profondamente nelle vicende di questi anni recenti del paese.
“La questione centrale cui il libro si applica è quella di capire ‘come’, cioè in base a quali processi culturali e sociali si siano create le emozioni e le mobilitazioni collettive che hanno dato sostanza e successo all’azione politica di Bossi”. La tesi è quella che sostiene Giuseppe De Rita nella prefazione del volume di Baiocchi. Affermazione che si sviluppa in un comprensibile sguardo sul futuro politico della Lega e di Bossi. Ma che non tralascia l’analisi socio-politica, che arriva alla definizione identitaria della Lega – secondo un linguaggio caro al presidente del Censis – come “sindacato di territorio”. Ma l’orizzonte della politica è forse la parte meno pertinente del libro di Baiocchi. Prevalgono piuttosto gli aspetti biografici e storici e storiografici che sono meno noti e quindi più menzionabili per il capo della Lega. I primi capitoli ci restituiscono un Bossi legato a quella “tera” cui dedicò una non prevedibile poesia. C’è una nostalgia per quella terra “verda ’na volta” che evoca il Celentano della via Gluck più che il celodurismo dei comizi degli anni Novanta. Il padre Ambrogio agricoltore. La madre socialista Ida Valentina, e Celesta, la nonna “razdora” – come direbbero nella valle del Po, a cavallo di Lombardia ed Emilia Romagna – cioè reggitrice della casa anche attraverso i suoi racconti del passato e del presente. Affabulare è un po’ comandare.
Questo Bossi arcaico e premoderno ci rende più spiegabili i riti pseudo-celtici e comunque la ricerca di gesti sacrali. Da Pontida al dio Po.
Tradizione non passatismo. Tantomeno sconnessione dalla realtà. Anzi, un altro tratto del Bossi è quello dell’imprenditore di se stesso e non solo. L’imprenditoria applicata alla politica è un elemento biografico che emerge dal libro di Baiocchi. Anche senza farne un titolo per un capitolo, il Bossi si presenta imprenditore. E la Lega è la sua aziendina familiare? L’hanno detto altri. Baiocchi non lo afferma, ma lo si legge in filigrana nel testo. Lo aveva sostenuto con i toni dello storico un osservatore del nord come Roberto Biorcio, che in un suo precoce studio sulla “Padania promessa” (1997) scriveva: “L’azione della minoranza che ha costruito e portato al successo la Lega può essere analizzata come quella di un imprenditore politico”.
Bossi ha fatto del suo partito un’impresa personale o familiare. Berlusconi ha fatto della sua impresa un partito. Entrambi, dopo Craxi – anche lui campione e precursore dell’imprenditoria politica – hanno contraddetto quella resistente idiosincrasia tra il nord, e la Lombardia in particolare, e la leadership politica nazionale. I natali lombardi non sono più un impedimento, anzi, a fare l’elenco dei ministri con questa origine si scoprirebbe una strana evoluzione della questione settentrionale, giustamente evocata ma non sempre comprensibilmente dimenticata dai governanti di questo “lignaggio”.
Sulla cultura di Bossi e sulla sua propensione alla lettura si articola un altro contributo curioso di Baiocchi. Il Senatur viene indicato come lettore travolgente. Di tutto. Dai classici greci ai fumetti di Tex, dalla filosofia moderna alla psicologia sociale. La testimonianza del biografo è in questo caso diretta. Quindi merita rispetto e credibilità. Resta però la vulgata di una bulimia conoscitiva disordinata e talvolta incongruente. Citando l’opinione di Gianfranco Miglio – il “profesur” tanto amato-odiato dal “Senatur” – uno degli ex dirigenti leghisti, che conosceva bene entrambi, preferisce restituirci l’immagine di un Bossi divoratore di incipit più che un lettore vero e completo. Lettore curioso ma superficiale e tecnicamente inconcludente: “Avrà finito sì e no un libro di Marcuse. Gli altri li ha solo cominciati”. Parola di un ex, appunto, che non concorda con Baiocchi, e che ci dà comunque l’idea di un leader che seppur arcaico diventa rapidamente postmoderno. Curioso. Rapsodico. Quasi internettiano. Ma si sa che gli studi recenti accusano la rete di creare superficialità e talvolta un po’ di cretinismo. C’è un altro tema forte nel volume di Baiocchi e quindi nella biografia del gran capo leghista: il rapporto con la religione. Fede personale? Forse, anche. Ma sicuramente fede politica. Baiocchi, cattolico professo, ci ha messo del suo – prima di scriverne – nell’introdurre i temi cari al mondo cattolico all’attenzione del movimento-partito e del suo leader. Da giornalista del Corriere attentamente seguito dalla Lega, poi da direttore della Padania e ancora come amico, consulente, frequentante di molti influenti collaboratori del gran capo. Si deve probabilmente a lui, biografo e non solo, l’inserimento nell’agenda del partito di alcuni appuntamenti imprevedibili nel profilo neopagano e talvolta decisamente anticlericale della Lega.
La testimonianza vandeana di una Irene Pivetti ha lasciato poco o nulla nel vissuto e nella cultura politica leghista e – a vedere l’evoluzione dell’immagine dell’ex presidente della Camera dei deputati – forse anche nella diretta interessata.
Cristianesimo e chiesa cattolica non potevano non rappresentare un tema obbligato, se non un problema, per le ambizioni bossiane. La sua “tera” era quella dove si è radicata e nutrita la storia stessa del cattolicesimo dell’Opera dei congressi. La stessa gente, figlia o nipote di quei precursori, è stata quella che ha colorato di bianco – prima con il Partito popolare, poi con la Democrazia cristiana – la politica per decenni. Almeno fino a Tangentopoli. La gente di Bossi è gente che va in chiesa, la domenica e non solo; magari bestemmiando, ma vede nel parroco del paese un’autorità non inferiore a quella del sindaco.
O così era fino a ieri. D’altronde Bossi ha settant’anni. E d’altronde una Lega sindacato di territorio – come dice De Rita – non può rinunciare a chi ha prodotto le qualità, i valori, i costumi profondi di quel territorio. Certamente con questa storia politica – quella del cattolicesimo popolare – e con questa cultura diffusa, chiunque voglia fare la storia deve fare prima o poi i conti. E il cattolico Baiocchi è stato protagonista, prima che testimone, di una recente e progressiva evoluzione della Lega e del Senatur verso i valori del cristianesimo sociale. Forse non proprio “cattolicesimo”, essendosi spesso manifestati riflessi protestantistici, alla tedesca (non bavarese: la Lega non può paragonarsi comunque alla storia della Csu di Strauss), nella visione di una religione “di territorio”
Ed eccoci comunque alla politica, che avevamo tentato invano di aggirare.
Una considerazione che sta a cavallo del crinale che separa la politica dalla biografia, offre una chiave di lettura che dal volume di Baiocchi potrebbe trasferirsi all’Italia di oggi. E’ De Rita che la propone nella sua prefazione: “Non si capisce Bossi, sembra dire l’autore – chiosa il prefatore – se non nel suo legame profondo con la gente cui si rivolge e che si candida a guidare”. Affermazione documentata da Baiocchi per quanto riguarda il Bossi e il “suo” popolo padano, ammettendo l’aggettivo etno-sociologico che provoca lo sturbo ai soloni della storia patria. Ma in questo caso l’orizzonte del presente politico diventa suggestivo. Se è vera la considerazione di questo rapporto simbiotico tra capo e gente, bisognerebbe ammettere che il crescente consenso di cui Bossi e la sua Lega sono destinatari potrebbero segnare un mutamento significativo nel leader, nel movimento e nell’elettorato. Se il vero presidente del Consiglio è Bossi – come hanno azzardato provocatoriamente Gianfranco Fini e un bel pezzo di opposizione – forte di questo crescente credito popolare, vuol dire che l’Italia e gli italiani sono diventati più lombardi o è il Bossi che si è fatto più italiano? Gianfranco Miglio avrebbe dato probabilmente la seconda risposta, avendo sempre ritenuto Bossi responsabile di aver dilatato i guasti di un paese levantino. Baiocchi al contrario preferisce rammaricarsi della scarsa contaminazione manzoniana che avrebbe fatto bene alla stagione politica di Bossi e a quella civile dell’Italia intera. Ma il vero non sempre sta nel mezzo.
L’acre commento di Miglio oggi potrebbe essere più calzante e meno negativo. Anche guardando i fatti della politica recente, anzi, di quella attuale. Di questi giorni, di queste ore. Bossi è padano quando rivendica il maggior equilibrio della posizione tedesca alle Nazioni unite sulla risoluzione della “no fly zone” in Libia? O non è forse più italiano di tanti retori della bandiera tricolore, che utilizzano la sgangherata crociata contro Gheddafi per la solita speculazione antiberlusconiana, senza porsi il problema dell’interesse nazionale? L’interesse dell’Italia di fronte all’esplosione delle rivolte del nord Africa – anche se quella libica ha tutti i caratteri di diversità che sappiamo – è stato difeso con forza e fin dall’inizio dal ministro Maroni, che si è permesso di risvegliare dal colpevole torpore la burocrazia di Bruxelles e di Strasburgo. Se il titolare leghista del dicastero dell’Interno è stato più callido e veloce – anche nell’organizzazione dei campi umanitari in Tunisia – è per questo meno italiano? Se Bossi mostra la diffidenza storica nei confronti della politica estera francese, è nostalgico degli Asburgo nel Lombardo-Veneto o semplicemente più solerte nell’individuare i veri obiettivi del nostro paese? Domande retoriche, ovviamente, che confermano la profonda italianità del sentimento padano. Non si tratta di un’aporia; e quando si fosse mostrata in questo modo, era probabilmente un semplice – e brusco – richiamo a recuperare una lucidità offuscata dai barocchismi di una politica autoreferenziale che troppo spesso sceglie la burocrazia e si dimentica della gente. Che ci sia una continuità con la più efficiente politica nazionale, anche a livello locale, lo sostiene con ottime ragioni lo stesso Baiocchi, riferendosi all’esperienza amministrativa di tanti sindaci leghisti: “Non si può fare a meno di constatare una fortissima somiglianza nel metodo di governo locale con la migliore e più antica tradizione di stampo doroteo, quando proprio nella provincia profonda nasceva il consolidato e sempiterno consenso alla Democrazia cristiana”. E potremmo aggiungere anche i migliori risultati di governo della rossa Emilia Romagna, ovviamente. Insomma, altro che Masaniello del nord! Bossi si è rivelato un imprevedibile riformatore di un paese decadente e un po’ decaduto. Mediatore instancabile, ma proiettato a vincere più che a giocare.
Baiocchi conclude la biografia del Bossi proponendo un confronto tra il gran capo leghista e uno dei campioni della Guerra dei trent’anni, Albrecht von Wallenstein, “l’ultimo dei grandi condottieri, capace di conquistarsi dal nulla un territorio e un principato grazie al suo fiuto politico spregiudicato e alla straordinaria capacità di approntare eserciti e di guidarli in battaglia”. A Bossi non mancano “carisma” e “genialità tattica”, oltre che “abilità movimentista nel cambio di posizione e di schieramento”, suggerisce Baiocchi. Ma in una sorta di nemesi storica le sue qualità sembrano più rivolte all’unità nazionale che alla secessione, tanto evocata, ma per nulla organizzata. A differenza del sentimento veneto-venetista, che cova separatismi velleitari, forse, ma profondamente sinceri. Agli occhi di molti questo è stato ed è il limite del Bossi. La sua difesa di un’Italia unita, in fondo, è stato uno dei motivi di rottura con Miglio. Il suo federalismo nazionale è stato fin dall’inizio l’opposto di quello rigoroso e metodico del professore della Cattolica di Milano. Se l’Italia, tutta intera, ha un futuro, lo dovrà in fondo anche al Bossi. Mentre molti leghisti, anche in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità nazionale, hanno incarnato il dito del leader, lui è andato dritto alla luna. E puntuale a Montecitorio, a chi gli chiedeva del perché la Lega non partecipava alle feste in tante parti d’Italia, lui rispondeva: “Invece io ci sono”.
di Marco Barbieri